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MR.MATTI

Campo operatorio. Non un ritratto.

Stefano Cafarotti

Chirurgo toracico, primario e professore all’Università della Svizzera italiana, dirige clinicamente il Centro Polmone della Svizzera italiana dell’Ente Ospedaliero Cantonale. È presidente di ALCASE Ticino e del board dei responsabili dei centri oncologici della Svizzera italiana; dal 2025 è membro del board di direzione della Lega cancro Ticino. È stato vicepresidente della Fondazione Sasso Corbaro.

Nel 2022, al Cardiocentro di Lugano, ha eseguito quello che è stato descritto come il primo trapianto al mondo del tronco dell’arteria polmonare per la cura di un tumore, nell’ambito della resezione radicale di un carcinoma timico, ricostruendo l’arteria mediante homograft a cuore fermo.

Ma è proprio nell’esercizio di una chirurgia capace di intervenire sulla materia più profonda del corpo che emerge una domanda ulteriore: è sufficiente riparare la macchina biologica per curare l’essere umano?

Per MR.MATTI la risposta non appartiene soltanto all’arte. È diventata anche oggetto di ricerca. Ha pubblicato uno studio scientifico sul ruolo dell’arte nei processi di cura e sta lavorando a un trial clinico sull’impiego della musica classica nei pazienti sottoposti a resezione polmonare, studiandone gli effetti sul cortisolo e sul consumo di farmaci analgesici.

La sua ricerca artistica nasce nello stesso territorio. Il tremore della cura, scritto nell’ambito delle Medical Humanities della Fondazione Sasso Corbaro, pone una questione che attraverserà poi le opere: curiamo un corpo o curiamo qualcuno?

La medicina può incidere, asportare, sostituire, ricostruire. Può perfino cambiare un’arteria. Ma l’essere umano non coincide con la propria anatomia. C’è un corpo che può essere riparato e c’è qualcuno che quel corpo lo abita.

È nello spazio tra queste due dimensioni che lavora MR.MATTI.

Per questo non illustra la sala operatoria e non trasforma la medicina in iconografia. Porta nell’arte la responsabilità che precede ogni gesto di cura: quando incidere, che cosa significhi riparare, dove finisca l’atto tecnico e dove cominci l’altro.

Il bisturi non è un simbolo: taglia davvero. Nel momento in cui attraversa la tela, la superficie cessa di essere soltanto il luogo dell’immagine e diventa materia vulnerabile. La sutura, allo stesso modo, non rappresenta la cura: tenta realmente di riunire ciò che è stato separato.

Ma non cancella il taglio.

Curare non significa riportare qualcosa a ciò che era prima. Significa permettergli di esistere dopo ciò che gli è accaduto.

La cicatrice diventa allora memoria materiale del tempo. La tela assume qualcosa del corpo non perché lo rappresenti, ma perché ne condivide la condizione: può essere aperta, ferita, ricomposta. E ciò che viene ricomposto non torna mai identico.

È qui che l’opera smette di parlare della ferita e comincia a condividerne la condizione.

La ferita non è il soggetto dell’opera. È una condizione dell’esistenza. La cura non è la sua cancellazione. È il modo umano di risponderle.

E il taglio non conduce più verso uno spazio oltre la materia.

Non apre verso l’infinito. Apre verso l’uomo.

Dove si vede

LuMa Gallery

Mostra permanente a Lugano — Svizzera

Via dei Sindacatori 6

6900 Massagno

Sede. Factory e galleria.

Si entra da una porta dipinta: un bambino, un maiale, farfalle.

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